Una brutta pagina in una bella giornata

IMG_4754Il 12 e 13 giugno del 2011 si concludeva una campagna straordinaria per l’acqua pubblica e i beni comuni, di discussione pubblica sui servizi e sui diritti che garantiscono a tutti noi, sull’idea stessa dell’impalcatura di garanzie che dovrebbero sussistere in Italia. Si concludeva con un voto referendario in cui, per la prima e unica volta, un’alleanza di realtà sociali, dal basso ed autorganizzate, avevano portato al voto la maggioranza dei cittadini italiani, come non succedeva da più di 10 anni, ridando senso all’istituto stesso del referendum e dell’espressione diretta dei cittadini.  Un’esperienza trainata dal movimento per l’acqua, ma partecipata da migliaia di persone che, in quasi 2 anni, avevano promosso il referendum, raccolto milioni di firme, organizzato centinaia di banchetti, assemblee e volantinaggi, mobilitato migliaia di persone con manifestazioni territoriali e nazionali. Difficile non vedere un grande risultato culminato in quei 2 giorni.

Martedi 13 giugno 2017, a Roma, si concludeva una due giorni sempre promossa dal comitato dell’acqua romano, in cui si e’organizzato il trasloco dalla sede storica del movimento sgomberato dalla giunta di Virginia Raggi; in cui si è’ contestata la scelta di vendere delle quote di ACEA da parte della giunta di Virginia Raggi (che 2 anni fa lo aveva rinfacciato a Marino); in cui si è realizzato il festeggiamento a piazza Campo de fiori, dopo una lunga trattativa con la Questura che, per quella contestazione, aveva ritirato l’autorizzazione per la piazza.
La giornata del 13 rappresenta un conflitto reale, in cui si contrappongono gli interessi della maggior parte dei cittadini romani con quelli di una ristretta cerchia di persone che guadagnano e speculano sulle ricchezze della capitale, a partire proprio dai servizi, cioè il terreno produttivo primario della Capitale.

La giunta di Roma, senza più nessun  alibi dovuto al tempo, si schiera apertamente scegliendo gli interessi immobiliari e finanziari con politiche econonomiche e sociali che continuano a privileggiare quel centro, anche fisico, in opposizione alle periferie, stracolme di persone e sempre più soffocate dalla sottrazione di diritti.

Ancora una volta, si è realizzata una chiusura di spazi, innanzitutto di democrazia, in un processo che stride ancor più, perchè la giunta del movimento del 5 stelle è arrivato a guidare il campidoglio proprio agitando i temi a cui ora sta voltando le spalle. essuna strada di questa città può più rimanere in silenzio. Questa è la direttiva nel prossimo futuro.

Non si può rimanere silenti di fronte alle ingiustizie, alle discriminazioni, al razzismo cialtrone, alla disoccupazione, all’asservimento della precarietà, alla privazione di diritti, ad una violenza strisciante che sancisce ancora una volta l’antica regola “forti con i deboli, deboli con i forti”.
Non si può rimanere in silenzio di fronte ad una città sempre più piegata; una flessione dovuta al peso di una fase storica in cui la distanza tra chi detiene la ricchezza e chi fa in modo che quella ricchezza esista è incolmabile; non è una questione di povertà ma di impoverimento e frammentazione di una enorme porzione della società.

Una maggioranza costretta in una guerra tra poveri, tanto da sentirsi incatenati a quella stessa parola: povertà. Impotente, rabbiosa ma frustrante, cinica e diffidente, pronta a sbranare le altre parole. Ma noi che viviamo questa metropoli, come i territori da nord a sud dell’italia, e oltre, verso il mediterraneo, varcando i confini, a sud, a est e a ovest, siamo più di questo. Dobbiamo esserlo. Iniziamo a definire che il silenzio e la povertà spesso vanno di pari passo.

Noi vogliamo essere invece una dangerous class, una classe in divenire, figli e figlie di una precarietà subita e molto spesso introiettata. Vogliamo rompere quelle catene che ci stringono nelle nostre strade, piazzette e quartieri in guerra, per definirci come produttori di ricchezza.
Ricchezza viva e luccicante, materiale ed immateriale, desiderosi di poter vivere pacifici con altri, ma determinati a combatere per quello che spetta a tutti e tutte noi. Smettiamo dunque le povere vesti del silenzio e iniziamo a parlare, gridare e far esprimere le nostre vite. Ma molto c’è ancora da fare, molte le parole da trovare, le relazioni da saldare, il coraggio di mettere da parte le proprie sorti per costruire un determinato futuro comune. Perchè se il destino esiste, esiste solo perchè noi ne possiamo essere gli artefici.

Saremo in grado di costruire un “noi”? Di prendere in mano un potenziale dirompente e proporre a questa città una prospettiva, una semplice proposta in cui “siamo”insieme cambiamento, trasformazione e conflitto? Perchè il conflitto, l’abbiamo imparato, è quotidiano, a volte minuto ed invisibile a volte evidente e sguaiato, ma sempre necessario e da rispettare; conflittuale in questo momento è rimanere lucidi e non rimanere in silenzio, mai. Non rinunciare di opporsi, ogni qualvolta è possibile, alla banalità, la stessa del male. Non rimanere in silenzio. Fare in modo che le nostre parole siano sempre più chiare.

Che quelle parole diventino un discorso.
Che quel discorso diventi discussione a cui partecipare.
Che quella partecipzione sia in più territori possibili e diventi decisione.
Che quelle decisioni divengano conflitto contro lo status quo, gli speculatori, i razzisi e le stesse istituzioni complici.

Che quelle stesse decisioni divengano nuove istituzioni.

E proprio da questo dobbiamo iniziare ad interrogarci, dai limiti oggettivi che hanno portato il  5 stelle a sussumere temi e opzioni, a volte anche di aggregazione. Se, ad esempio a Roma, la rappresentanza politica è completamente assente, definendo la rottura definitiva tra luoghi istituzionali e necessità sociali. Come sia stato possibile che si utilizzassero argomenti, idee ed analisi dei movimenti sociali, per poi venire sepolti nel giro di pochi mesi da un’arrogante quanto insipida continuità con il passato.  Evidentemente abbiamo bisogno di interrogarci, a partire dall’ennesima brutta pagina scritta nella nostra città in una giornata dove non abbiamo risparmiato noi stessi, e dove ci siamo messi in gioco, confrontandoci con l’arroganza sempre più sfacciata della Questura, in uno sbilanciamento evidente di ruoli e gestione della forza.

Dobbiamo interrogarci  su quelle nuove istituzioni necessarie a costruire autonomia ed indipendenza dei territori e che facciano rispettare le scelte e le vite di chi li abita, per poter affermare con concretezza: si scrive acqua, si legge democrazia!

Ricostruire quelle barricate che abbiamo innalzato contro la speculazione del capitale sulle nostre vite e sui beni comuni.

IndiCom – Indipendenti per il Comune

Comments are closed.