Oziosi, sporchi e cattivi. Rappresentazioni della disoccupazione nel lungo periodo.

copertina-41_web_taglio_grandePubblichiamo sul nostro sito un contributo uscito per Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale, all’interno del numero 41 “Pazza Idea. Genere, salute mentale, controllo”. La rivista, prodotta dall’associazione Storie in Movimento, è in distribuzione presso librerie indipendenti, infoshop, spazi sociali e acquistabile online dal sito storieinmovimento.org

Una premessa

La crisi economica globale ha nuovamente portato alla ribalta il tema della disoccupazione e dell’esclusione dai processi produttivi di fette sempre più ampie della popolazione. Tassi di disoccupazione a due cifre, o comunque prossimi al 10%, caratterizzano una importante parte dei paesi europei, specie quelli mediterranei e dell’Europa orientale[1]. Le stesse vie d’uscita da questa recessione, le necessarie ristrutturazioni del capitalismo che dovrebbero rimettere in moto la produzione e spostarla su nuovi settori e mercati, ci parlano di una sempre più ampia automazione e informatizzazione dei processi di ideazione, progettazione e realizzazione di merce, materiale e immateriale. Tuttavia, nonostante questa fase ci imponga di fare i conti con un’occupazione sempre più rarefatta e intermittente, persistono ancora diffusi pregiudizi verso la condizione di disoccupazione. Il giudizio etico verso la disoccupazione, mantiene connotati negativi ed è rappresentato in maniera perfetta dalla diffusione nel discorso pubblico di nuove definizioni ed etichette per questa condizione, come quella di neet (Not in education, employment or training –né studente, né lavoratore, né in formazione professionale). Su questo giudizio, si fonda inoltre lo smantellamento di qualsiasi dispositivo di welfare e il ritardo nella riorganizzazione dello stato sociale, in funzione delle crescenti esigenze che deriveranno dalle conseguenze di lungo periodo della crisi.

Ma è sempre stato così? Il giudizio etico della condizione di disoccupazione o inattività è sempre stato declinato in maniera negativa? Riuscire a costruire una genealogia della condizione di disoccupazione è certamente un esercizio complesso. Lo è ancora di più poiché lo stesso concetto di “disoccupazione” è strettamente legato ad un sistema di rapporti produttivi e ad un ordinamento culturale radicato nell’età contemporanea e ancor di più nella società euro-atlantica, ancora di più se prendiamo in considerazione un arco cronologico ristretto all’ultimo secolo.

Una ricognizione sul processo di elaborazione culturale della figura del disoccupato e sulla esclusione dai rapporti direttamente produttivi, che si muove sul terreno del tempo lungo, è quindi esercizio utile per inquadrare le criticità che presenta l’attuale rappresentazione mediatica e politica di questa stessa condizione.

Solo assumendo la lunga durata come la dimensione più adatta ad osservare i cambiamenti nella rappresentazione e nelle relazioni socio-economiche createsi intorno all’astensione dal lavoro, possiamo cogliere le persistenze e le sedimentazioni in riferimento ad una condizione sociale peculiare.

In questa prospettiva, bisogna agganciare cronologicamente e concettualmente la figura del disoccupato, legata in maniera indissolubile alla cultura del mondo industriale, a quella del povero e del vagabondo, suoi “antecedenti” nell’età medievale e moderna.

La ragione di questa relazione va ricercata nella continuità di immaginari e rappresentazioni volti a mettere in relazione la società “benestante” – non necessariamente ricca – con quella “indigente”.

Le misure di tutela, protezione o prevenzione della povertà si sono plasmate in maniera simultanea, e in conformità, con la diffusione di una rappresentazione condivisa del binomio ricchezza-indigenza e del loro rapporto in termini etici e morali prima ancora che strettamente economici.

Due possono essere le chiavi di lettura per arrivare alla definitiva affermazione della figura del disoccupato come oggetto di misure specifiche di tutela o predisposizione al lavoro direttamente produttivo. Da una parte, una interpretazione di derivazione foucaultiana considera l’affermazione stessa della povertà come oggetto di politiche specifiche, direttamente connesse alla cosiddetta “accumulazione originaria”, ossia quel processo di sottrazione di risorse comuni – prevalentemente terreni e pascoli – che nella Gran Bretagna del XVI secolo avrebbe gettato, secondo Marx, le basi per la successiva Rivoluzione industriale. La relazione è molto semplice: nel momento in cui le comunità vennero private di questi beni collettivi, coloro che mancavano di proprietà si videro sottratta anche l’ultima forma di sussistenza. Da questo punto in poi, le contrastanti proposte di sostenere i poveri attraverso le risorse pubbliche o di indirizzarli ad una qualsiasi forma di lavoro, remunerato o meno, si scontrarono sovrapponendo ragioni di ordine economico, morale, filosofico, religioso. In questa chiave va interpretata anche la vera e propria svolta concettuale che si attuò nelle pratiche di sussistenza a partire dalla prima industrializzazione. Nel momento in cui la società rurale, con i suoi ritmi produttivi ciclici e i lunghi periodi di inattività forzata, lasciava il passo alla manifattura e ai suoi tempi continui, l’inoperosità venne vista come una condizione intrinsecamente deprecabile e come tale divenne oggetto di attenzione, misurazione e specifiche politiche pubbliche[2].

 

Dal Medioevo alle poor laws

«Esistono poveri senza risorse che a stento sopravvivono alla giornata, così bisognosi dell’aiuto altrui da non vergognarsi neppur di mendicare». Questa frase di Sant’Agostino può essere utilizzata come primo riferimento per una rappresentazione etica, con non troppo velate sfumature negative, della condizione di indigenza. Così come Sant’Ambrogio, anche altri padri della Chiesa espressero una evidente repulsione per le manifestazioni più esplicite della povertà e promossero la silenziosa sopportazione, a cui sarebbe spettata la più generosa liberalità dei ricchi e delle istituzioni ecclesiastiche preposte alla beneficenza. Se inizialmente la povertà aveva un valore “santificante”, nel corso della sua evoluzione storica, la morale religiosa si andò adeguando. Bronisław Geremek ha sottolineato come elemosina e repressione, «la pietà e la forca», abbiano convissuto e si siano alternate a seconda dei periodi di crescita e declino e che le stesse modalità con cui Cattolicesimo e Riforma si sono rapportate alla condizione di indigenza e al suo sostegno sono state oggetto di disputa storiografica fino a tempi relativamente recenti. Certo è che la società rurale, tanto nell’Europa bizantina che sotto Carlo Magno, non vedeva con particolare ostilità chi viveva di sovvenzioni e che nella morale cristiana i pauperes cum Lazaro erano una realtà in qualche misura necessaria per legittimare la condizione di benessere di quanti, ricorrendo all’elemosina, potevano dare mostra di pietà e liberalità.

E’ l’anno Mille a definire una cesura significativa nei rapporti sociali e nella morale religiosa, con le importanti trasformazioni sopravvenute nella produzione agricola, nella nascita di una proto-industria urbana, nella diffusione di forme di credito conseguenti all’aumento della circolazione di denaro. Teologi come Guglielmo di Saint-Amour o Umberto di Romans (XIII secolo), introdussero e approfondirono elementi di giudizio per valutare l’ethos dei poveri e il loro rapporto con l’indigenza: «non la povertà è una virtù, ma l’amore per essa». Da qui, il rifiuto della propria condizione da parte degli indigenti andava considerato un deprecabile atto di ribellione.

Si tratta, a ben vedere, di vere e proprie persistenze nel giudizio etico che si dava di questa condizione: inganno, ubriachezza, pigrizia, preserveranno uno stigma negativo in correlazione con la condizione di indigenza fino ad oggi.

Al cambio di paradigma nella rappresentazione sociale del povero contribuì certamente l’urbanizzazione: in città la povertà assumeva infatti i caratteri più drammatici. Qui infatti la sussistenza era legata alle possibilità di acquisto dei generi alimentari o dei beni essenziali, inoltre era sempre in città che si riscontrava la più radicale polarizzazione tra le condizioni sociali, accompagnata dal giudizio morale ed etico nei confronti della miseria, dei vagabondi e di quanti non trovavano posto nelle organizzazioni sociali e produttive della dimensione urbana.

Il progressivo cambiamento che avvenne nella mentalità europea rispetto a chi necessitava di un aiuto della comunità si accompagnò all’istituzione di organizzazioni laiche dedite all’assistenza. Tra XV e XVII secolo, con l’estendersi delle autonomie municipali nelle Fiandre e in Italia e l’affermarsi dello stato nazionale in Inghilterra, le autorità pubbliche iniziarono a farsi carico delle forme di assistenza. Nell’Inghilterra delle enclosures, all’emanazione delle Elizabethan poor laws (1601) che costituirono una rete di soccorso per chi non trovava impiego, si accompagnò l’apprendistato forzato all’interno di manifatture per i mendicanti più giovani considerati abili al lavoro, allo scopo di alleggerire le istituzioni caritatevoli dal loro mantenimento e iniziandoli come lavoratori “di parrocchia”.

Se le condizioni produttive della società agricola, caratterizzata da stagionalità, basse rendite, bracciantato giornaliero, non potevano imporre una percezione troppo rigida della condizione di inattività, il diffondersi dell’industrializzazione contribuì a rivedere il modo con cui la società guardava al mondo degli “inoperosi”. Una innovazione che fu prima di tutto lessicale, come illustra in maniera assai articolata Manfredi Alberti nel suo primo libro dedicato alla storia della disoccupazione, che riprende gli studi di Christian Topalov sul lemma francese chomage e approfondisce la connotazione negativa che nella lingua inglese ha avuto fino a tempi recentissimi il termine idle.

E’ all’interno di questa trasformazione, prima di tutto di carattere socio-economico e successivamente culturale, che vanno contestualizzati i primi dibattiti pubblici sulla adeguatezza dei dispositivi assistenziali e sui costi che questi determinavano in termini tanto etici quanto finanziari.

Per trovare le prime tracce di questo dibattito, che porterà alla definizione della critica malthusiana alle poor laws, dobbiamo guardare all’Inghilterra tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Qui, a sostenere la “pericolosità” dei poveri di villaggio troviamo la stampa espressione del “partito” delle enclosures. Il «Commercial and Agricultural Magazine» definiva i soggetti impoveriti dalla ristrutturazione del sistema delle terre comuni «designing rogues», astuti furfanti, dediti a qualsiasi trucco pur di avere un sussidio[3]. Poco importa che l’alternativa ai sussidi venisse strutturata intorno alle famigerate workhouses, al tempo stesso strutture di accoglienza, di contenimento e lavoro forzato, il cui ricorso divenne via via crescente all’inizio del XIX secolo fino alla loro consacrazione con la poor law del 1834 che riorganizzò definitivamente il sistema, aprendolo anche ai malati infettivi, non necessariamente poveri, con una sovrapposizione di condizioni il cui unico comun denominatore era il giudizio di marginalità. La concezione delle workhouses, che John A. Garraty ha descritto con un ampio ventaglio di esempi in tutta Europa, era quella di vere e proprie case di contenzione, nelle quali le esigenze assistenziali ed educative andavano di pari passo con quelle di correzione e segregazione, tra rigide limitazioni e condizioni sanitarie al limite della sopravvivenza.

La Rivoluzione industriale e la fine dell’Ancient Regime segnarono dunque due importanti trasformazioni nella rappresentazione sociale e nel trattamento dei poveri che da quel momento in poi saranno valutati in base alla loro disponibilità a essere inseriti nella produzione o altrimenti considerati come elemento potenzialmente destabilizzante e di innata pericolosità. La prima, fu la “rivoluzione” malthusiana nel rapporto tra povertà e ricchezza: la prima non rappresentò più l’altra faccia della seconda, ma un vero e proprio freno alla modernità, al cui processo storico tutti erano tenuti a partecipare, volente o nolente. La seconda trasformazione avvenne nel rapporto tra lavoro e società: dal momento che i soggetti emarginati erano equiparati agli altri individui e svincolati dalla morale del sovrano e della Chiesa, venivano posti su un piano di pericolosità sociale derivante dal loro rifiuto di essere inclusi in un progetto sociale, fondato sulla laboriosità. Inoltre, la richiesta di essere inclusi nella distribuzione della ricchezza, li rendeva motivo di preoccupazione per un mondo che progressivamente stava mettendo il lavoro al centro dei meccanismi di socializzazione. Tuttavia, come ha giustamente sottolineato Michel Foucault in Sorvegliare e punire, «il rigore del tempo industriale ha mantenuto a lungo un andamento religioso»[4], con una trasposizione della disciplina monastica all’interno delle manifatture. Fino all’epoca moderna, i ritmi produttivi, le molte festività, gli orizzonti limitati degli imprenditori artigianali, rendevano l’inoperosità uno stato socialmente accettato, normale per l’economia morale tanto delle classi subalterne che di quelle dominanti. Con l’ammodernamento delle produzioni e le prospettive di espansione economica si iniziarono a vincolare in maniera più salda lavoro e produttività (mentre precedentemente il primo era generalmente legato al consumo). Questa trasformazione nella mentalità degli europei, gettò quindi le basi per la consacrazione del lavoro a vero e proprio “mito”, valore su cui si sarebbe fondato l’ordinamento sociale per i secoli successivi.

 

E l’Italia? Dall’Unità al fascismo…

Come nel resto d’Europa, lungo il corso del XIX secolo anche in Italia intorno al concetto di stato sociale si affermò un punto di vista prevalentemente di carattere “poliziesco” e repressivo.

A partire dalla metà dell’Ottocento, con il progressivo affermarsi delle scienze sociali e il loro orientamento verso lo studio delle dure condizioni di vita nelle metropoli industriali, si diffusero anche teorie che mettevano in stretta correlazione la decadenza economica con quella morale delle persone.

Conformemente a questo approccio, i primi provvedimenti in materia emanati dal regno d’Italia sancivano la centralità dell’avviamento al lavoro, volontario o coatto, per quanti fossero in condizioni di disoccupazione anche se giudicati idonei al lavoro. La legge di unificazione amministrativa del 10 marzo 1865, in particolare, sembrò sancire l’obiettivo dello stato di difendersi dai poveri, piuttosto che di difendere loro dalla miseria. Riprendendo la tradizione del Codice piemontese, si prestava particolare attenzione alla differenziazione tra «oziosi» e «vagabondi»: «Sani e robusti e non provveduti di sufficienti mezzi di sussistenza, [che] vivono senza esercitare professione, arte o mestiere o senza darsi a stabile lavoro» i primi, mentre i secondi erano definiti «coloro i quali non hanno domicilio certo né mezzi di sussistenza e non esercitano abitualmente un mestiere o una professione». L’autorità giudiziaria poteva inoltre intimare a coloro che venivano fermati con l’accusa di far parte di queste categorie sociali, di «darsi immediatamente a stabile lavoro».

Questo atteggiamento, che definiva un profilo del disoccupato intrinsecamente criminale e moralmente degradato, contrassegnò lo spirito di altri provvedimenti legislativi fino alla fine del XIX secolo, come la legge “Zanardelli” sulla Pubblica sicurezza del 1889, una legge in cui si confermava una declinazione repressiva del problema della disoccupazione, che per altro la crisi economica di fine secolo sembrò riportare alla ribalta del dibattito pubblico.

Solo con l’età giolittiana (fine del XIX- inizio del XX secolo), grazie all’influenza delle inchieste sul meridione e le grandi contraddizioni del dualismo economico del regno, si affermò una nuova prospettiva sul mondo della disoccupazione, che riscontrava i caratteri di stagionalità per il lavoro agricolo, ancora largamente maggioritario in tutta la penisola, e in genere l’estrema precarietà come elemento strutturale del mondo del lavoro. Anticipate dalle misurazioni sul fenomeno migratorio, strettamente connesso a quello della disoccupazione, vennero avviate le prime, timide e disarticolate analisi statistiche sulla popolazione esclusa dai processi produttivi. L’inizio di questi studi segnò quella che Alberti ha giustamente definito «scoperta dei disoccupati», riprendendo una definizione di Garraty[5]. Con le indagini statistiche si inaugurava infatti un nuovo paradigma, che cercava di mettere in correlazione un fenomeno sociale con il contesto economico.

Il quadro sociale di fine secolo certamente acuiva le preoccupazioni degli organi di pubblica sicurezza e il mondo politico e i rapporti delle prefetture sottolineavano l’aumento di violazioni del codice penale e il fermento dei lavoratori disoccupati alle cui richieste, per lungo tempo, si rispose solo con misure di ordine pubblico o l’assorbimento temporaneo di manodopera per i lavori pubblici. Allo stesso tempo, tuttavia, la legislazione giolittiana in tema di disoccupazione tese a una mediazione tra gli interessi della classe operaia, organizzata nelle prime forme associative di mutuo soccorso, collocamento e avviamento al lavoro, e quelli del mondo padronale.

Il fascismo ereditò il sistema giolittiano, in un quadro economico reso ancora più complesso dalla smobilitazione dell’esercito e dalla riconversione dell’apparato produttivo bellico al finire della Prima guerra mondiale. L’Italia tra il 1921 e il 1922 vide i disoccupati aumentare vertiginosamente da 250.000 a 600.000 unità, rendendo il fenomeno una questione rilevante dal punto di vista politico. La propaganda fascista negli anni immediatamente precedenti la salita al potere si impegnò a trasformare la rappresentazione sociale del disoccupato e del cittadino impoverito del dopoguerra, sostenendone l’immagine di vittima del capitalista “speculatore” e dell’operaio «ben pagato e rosso»[6]. I primi dieci anni furono quindi caratterizzati dal proseguimento della politica dei sussidi, con l’accentramento dell’amministrazione delle assicurazioni obbligatorie contro la disoccupazione. Il trauma della crisi del 1929 contribuì, come noto, a rielaborare le politiche sociali del mondo euro-atlantico. Il fascismo, per ridurre la pressione sul mercato del lavoro, propose un vero e proprio modello sociale, con sostegni e sussidi per la maternità, così da disincentivare le donne dall’attività lavorativa e agevolare l’assunzione di disoccupati di sesso maschile. Va detto che il regime, negli anni di organizzazione dello stato corporativo espressi dalla Carta del lavoro del 1927, sembrò esprimere sul piano ideologico una certa distanza dalla morale liberale ottocentesco. Pur rimanendo intatti i pregiudizi sui comportamenti devianti dei disoccupati, il fascismo, soprattutto negli scritti dei funzionari di enti preposti alla regolamentazione del mercato del lavoro, tendeva a porre l’accento sul rischio di attecchimento di «perniciosa propaganda politica» tra i disoccupati. A tale scopo, negli anni trenta si cercò di superare la visione marxista dell’ “esercito industriale di riserva”, anteponendo l’interesse nazionale e la virtuosità dello stato corporativo che con le politiche monetarie, governando i flussi di manodopera e contrastando le migrazioni interne avrebbe “razionalizzato” la lotta alla disoccupazione.

 

…dal dopoguerra agli anni settanta

Con la fine della Seconda guerra mondiale, all’Italia si ripropose nuovamente il problema occupazionale, questa volta tuttavia aggravato dai danni bellici. L’industria italiana e in generale l’intera economia, uscirono dal conflitto fortemente prostrate, con i danni causati dai bombardamenti e dall’avanzata del fronte di combattimento.

Sul fronte occupazionale, l’orientamento liberista dei primi provvedimenti economici dell’Italia repubblicana portarono allo “sblocco” dei licenziamenti nel 1947 e a una conseguente crisi nella domanda di lavoro. In questo contesto, a partire dalle proposte di stampo “keynesiano” del Partito comunista, passando per gli “scioperi alla rovescia” proposti da Danilo Dolci, si cercava di far ripartire il mercato del lavoro attraverso gli investimenti e i lavori pubblici, si affermava una nuova idea del lavoro come fattore di democratizzazione del paese[7].

Con il “miracolo economico” e l’abbattimento delle quote di disoccupazione, non solo il lavoro, ma il lavoro direttamente produttivo delle città industriali, divenne il parametro con cui la sinistra giudicava lo stato di salute della morale repubblicana.

Va sottolineato inoltre che negli anni cinquanta e sessanta del XX secolo cambiarono anche i parametri di misurazione della disoccupazione. Nel corso del Novecento infatti diminuirono in maniera sensibili i “tassi di attività”: se nel 1861 le persone attive erano due su tre, negli anni settanta del secolo successivo queste erano scese a una su tre. Stefano Musso ci ricorda però di fare attenzione al fatto che per “persona attiva”, va intesa quella figura che è attualmente occupata o in cerca di occupazione[8]. La diminuzione della popolazione attiva è quindi in realtà un segnale delle trasformazioni intercorse nella società con la scolarizzazione di massa, lo sviluppo dei sistemi pensionistici, i profondi cambiamenti della struttura demografica, l’aumento di figure, prevalentemente femminili, orientate al lavoro di cura nel proprio nucleo familiare, secondo il modello fordista dell’uomo “bread winner” e della donna casalinga.

Sul piano della rappresentazione culturale della disoccupazione, un ruolo centrale lo ebbe il mondo del cinema. Il neorealismo, le commedie di Mario Monicelli e le opere di Pier Paolo Pasolini davano volto a quella parte del paese che non trovava posto nell’economia del “miracolo”: i ladruncoli de I soliti ignoti, che finiscono in cantiere solo per sfuggire alla polizia o il protettore Vittorio detto “Accattone”, che sentenzia: «Er lavoro! Le bestie lavorano!». Sono personaggi che nelle intenzioni dei registi e degli sceneggiatori avrebbero dovuto proporre una visione critica, o comica, della crescita economica del dopoguerra, che nonostante gli straordinari risultati lasciò irrisolte e acuì molte questioni di carattere sociale, specie nei grandi centri urbani. Tuttavia, la reazione che la politica, in tutti i suoi schieramenti, e l’opinione pubblica ebbero di fronte a queste pellicole è esplicativa di quanto si volesse lasciare immacolata la narrazione pubblica del “miracolo”: censure, boicottaggi e cause legali colpirono tanto le opere quanto gli autori.

Solo con la fine degli anni sessanta e il “lungo 1968”, quelle stesse questioni sociali, divennero protagoniste del dibattito pubblico. L’esaurirsi della spinta propulsiva dell’industria, l’alta conflittualità operaia e il mutato quadro di competizione internazionale aprirono una lunga fase di crisi nell’economia italiana che dai primi anni Settanta si sarebbe trascinata fino al decennio successivo.

Le ristrutturazioni produttive che investirono i comparti industriali esponevano tutti i lavoratori a periodi più o meno lunghi di inattività, che in alcuni ambiti, come quelli dei servizi, cominciarono a diventare elementi strutturali dell’impiego. Nonostante l’impatto che queste trasformazioni ebbero sulla struttura del mercato del lavoro, sulla sua accessibilità e sulla natura degli impieghi, il mondo politico rimase sostanzialmente inerte. Per quanto il decennio settanta sia ricordato come un periodo di importanti riforme di carattere civile, il sistema di welfare rimase tuttavia in parte ancora ancorato alle figure professionali e agli ammortizzatori sociali come la Cassa integrazione guadagni che nel 1972 e nel 1977 venne adattata alla fase storica, con l’ampliamento ai settori impiegatizi, l’introduzione della causa di riconversione industriale e “crisi aziendale” per l’accesso all’erogazione. C’è da dire che vennero introdotte misure relativamente innovative, quantomeno per l’Italia come la legge sull’occupazione giovanile, del 1977, o lo stesso Statuto dei lavoratori del 1970, che all’articolo 34 introduceva una commissione per le graduatorie dell’avviamento al lavoro nel sistema degli uffici provinciali del lavoro. Tuttavia, in Italia e nel resto dell’Europa mediterranea, è continuata a persistere una certa refrattarietà all’introduzione di misure di welfare non direttamente legate all’occupabilità dei beneficiari.

Per concludere, si può quindi affermare che, tra gli anni settanta e ottanta, prese corpo il paradosso, pienamente attuale, di uno scollamento tra trasformazioni nel mondo del lavoro, con l’aumento di impieghi di carattere temporaneo e la diffusione della precarietà contrattuale come elemento strutturale, e la sostanziale conservazione di politiche sociali ancora radicate in una visione tradizionale dell’occupazione.

Se quindi, in una prospettiva di lungo periodo come quella affrontata in queste pagine, il rapporto tra società e disoccupazione è certamente mutato, sono ancora molto forti le resistenze per sganciare i dispositivi di welfare da una dimensione morale, che tra XX e XXI secolo è pienamente rappresentata da un’etica del lavoro oggi portata al paradosso della diffusione del lavoro gratuito.

Le mutate condizioni della struttura economica del mondo euro-atlantico e i nuovi orizzonti che ci vengono proposti dall’innovazione tecnologica e dalla robotica[9], dovrebbero interrogare la società tutta, e in particolare la governance globale del mercato del lavoro e del welfare, sulla trasformazione culturale che sta avvenendo nel rapporto tra le persone e la produzione formalizzata. Le etichette di carattere morale, le definizioni main-stream, elaborate a uso e consumo dei media, dovranno per forza di cosa essere quindi rimodulate, a meno che non si voglia escludere da una piena definizione di cittadinanza fette sempre più ampie della popolazione globale.

Giovanni Pietrangeli

 

 

[1] Secondo i dati Eurostat, nel 2015 i tassi di disoccupazione sulla popolazione attiva sono stati: 24,9% Grecia, 22,1% Spagna, 16,3% Croazia, 15% Cipro, 12,6% Portogallo, 11,9% Italia. Intorno al 10% si trovano anche Finlandia, Francia, Lettonia, Lituania e Repubblica di Irlanda. http://appsso.eurostat.ec.europa.eu/nui/submitViewTableAction.do. Ultima visita 26 settembre 2016.

[2] Manfredi Alberti, La scoperta dei disoccupati. Alle origini dell’indagine statistica sulla disoccupazione nell’Italia liberale (1893-1915), Firenze University Press, 2013, p. 82. Il volume, dedicato al caso italiano, è un valido punto di partenza per lo studio della disoccupazione a partire dal processo di industrializzazione.

[3] Edward P. Thompson, The making of the English working class, Vintage books, 2011 (I ed. London 1963), p. 221.

[4] Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, 1993, p. 162.

[5] Cfr. John A. Garraty, La disoccupazione nella storia. Pensiero economico e azione pubblica, Armando, 1979.

[6] Paolo Frascani, Le crisi economiche in Italia. Dall’Ottocento a oggi, Laterza, 2012, pp. 91-92.

[7] Cfr. Danilo Dolci, Processo all’articolo 4, Sellerio, 2011 (I ed. Palermo 1956).

[8] Cfr. Stefano Musso, Storia del lavoro in Italia. Dall’Unità a oggi, Marsilio, 2002.

[9] Cfr. Martin Ford, The rise of robots. Technology and the threat of a jobless future, Basic Books, 2015; Giulio Sapelli, (a cura di), iManifattura. La manifattura nella rivoluzione delle macchine, GoWare, 2016. Una lettura differente del fenomeno la propone Enrico Moretti, La nuova geografia del lavoro, Mondadori, 2013. Secondo Moretti, le produzioni ad alta tecnologia favoriscono la creazione di nuovi posti di lavoro “di servizio”, nelle aree che attirano investimenti nei settori innovativi.

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