Carlo è vivo, i morti siete voi

Carlo-giuliani1Volevamo crescere, com’è normale che sia: è quel desiderio che nasce quando ti vedi cambiare e i sogni cominciano a prendere la consistenza di progetti. È quel momento in cui il mondo diventa qualcosa di non più confinato solo nella tua testa ma forme e materia, a volte ostili a volte amiche, e più sono ostili e dure tanto più quelle amiche sono della consistenza del sogno-progetto, e allora è bello che il mondo sia là fuori, immediatamente pubblico e condiviso.
Volevamo crescere, perchè tra gioco e progetto il confine spesso slittava, allora erano euforia e fatica e mani che s’intrecciavano: che si sostenessero o aggrappassero cambiava solo il baricentro nell’equilibrio dei corpi. La vita era come un’onda altissima dalla cui cresta sentirsi padroni dell’orizzonte, altre volte dalla base concentrati nella risalita, tutt’attorno lo spazio, infinito come le possibilità: era tutto massa e potenza e increspature di schiuma che confondevano la linea che ci separava dal cielo. Essere tutt’uno con la propria vita, costruire il mondo nel modo migliore possibile: insieme.
Poi uno sparo. E il freddo smise di essere quell’elemento rivitalizzante e il caldo non fu più conforto. Divennero allora un corpo che smetteva le sue dolci funzioni metaboliche e nube acre di sangue confusa all’odore di asfalto – ed era forte nelle temperature torride di luglio. Avvenne qualcosa di non spiegabile per chi è sempre rimasto ostinatamente chiuso nella sua testa di legno: tanti, che fossero a Genova o meno, già vecchi o che oggi hanno appena cominciato ad affacciarsi al mondo, tanti conobbero quell’asfalto, quell’odore, quel gelo e quel calore che fugge via, tanti “vennero sparati” e caddero. Tanti lo conosceranno. Ma si rialzarano e si rialzeranno, ognuno con un pezzetto di Carlo addosso, della sua vita, che era tanta e che basterebbe per stare in ognuno di quelli che c’erano e che ci saranno.
Anni dopo chi ha ucciso Carlo ha cominciato a dire che i giovani non vogliono crescere, che sono bamboccioni e choosy, che è colpa “loro”, ” nostra”. Chi ha ucciso Carlo, oggi vorrebbe consegnare alla storia quello che è successo a Genova, liberarsi da questo fardello, redimersi e rassicurare che il mondo va avanti. È bene allora, come ogni 20 luglio fare chiarezza e dire che no, non abbiamo perso né sogni né progetti e che anzi, stiamo lavorando perché la storia ci ha consegnato il progetto più grande di tutti e che condividiamo in ogni angolo del globo, un progetto che si chiama vendetta. Stiamo crescendo, a modo nostro, con in corpo la vita che non è mai stata né mai sarà solo nostra – che questo è il più grande dei trucchi e degl’inganni, pensarsi soli – e che per questo conosce bolzaneto, la diaz, i desaparecidos, l’orrore delle leggi razziali e della follia colonizzatrice ma sempre gli sfugge, più grande, più forte.

La nostra vendetta è qua, si realizza ogni giorno nella ricerca di affetti che non si fondano né sulla proprietà né sulla sopraffazione, di discorsi che non vogliono convincere ma persuadere ad essere protagonisti delle proprie scelte, è nelle feste senza capi e identità binarie ma libere di moltiplicarsi secondo i desideri di ognuno e ognuna, è nella pervicace convinzione che “todo para todos nada para nosotros”, tutto per tutti o nessuno sarà mai veramente libero.
Siamo così, in perenne trasformazione, ora in affanno ora felici, ma la storia è nostra e vive con noi, chi non cresce è chi non ha mai vissuto: Carlo è vivo, i morti siete voi.

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