Appunti invernali. L’Idra e le amazzoni.

72ETTAKG5728-kODC-U110126331071620uD-1024x576@LaStampa.itRoma, 2 Marzo 2018

All’indomani di un’altra giornata di mobilitazione antifascista, pubblichiamo un contributo al dibattito collettivo sperando che possa essere utile.

Sicuramente utile è stato scendere in piazza ieri a Roma, rompendo il ricatto della paura messo in campo da Questura e Ministero dell’Interno; loro forse ci avevano sperato ma li abbiamo dovuti deludere: esiste ancora un largo tessuto sociale pronto a scendere in strada per affermare, con coraggio, principi di uguaglianza e giustizia contro fascismo e razzismo.

Il contesto del neofascismo: chiaramente non tornerà il fez.

Alcuni appunti di viaggio in questa complicata congiuntura, che altro non potrebbero essere. La fase infatti ci impone di continuare con ostinazione la ricerca e la conricerca nei territori, fisici o concettuali. E’ evidente che le ultime settimane sono state segnate da un discorso pubblico intorno al fascismo e a quelle forze di estrema destra che ne portano orgogliosamente avanti i vessilli. Ora però ci chiediamo: veramente formazioni come casapound e forza nuova possono essere il centro della nostra attenzione?

Semplice: no.

Non avendo mai dubitato della loro pericolosità e dannosità in termini simbolici e fisici, altrettanto sappiamo che, oggi, la complessità di argomenti e azioni ha costituito una trasformazione reale all’interno della società, costituendo un’opzione reazionaria più che conservatrice. La richiesta impellente di ritorno ad un patto sociale brutale e spogliato dei caratteri di mediazione di impostazione democratica post bellica.
Un discorso pubblico contraddistinto, per mesi, da un attacco incessante ai migranti e alle politiche migratorie, nella costruzione di un nemico pubblico e di un un soggetto politico che lo contrastasse. Inutile ormai dire che quell’incessante “soffiare sul fuoco” si è trasformato in una clava sfuggita di mano a chi, in modo certosino, si è dedicato a costruirla e, dall’altra parte, a chi ha lasciato mano libera perchè fosse brandita.
Probabilmente, anche come realtà sociali, ci dovremmo interrogare autocriticamente di fronte a una fuga di buona parte della società dalla politica. Verosimilmente non siamo stati all’altezza e spesso quella stessa società, precarizzata e cinica, ha mostrato i suoi limiti mancando occasioni fondamentali in termini di tutela delle garanzie sociali. Una su tutte l’approvazione del Jobs act.

Una società che ha continuato a  chiamare “Politica” la delega ai partiti, accettando la definizione di società civile per tutto il resto e, sostanzialmente, abiurando a responsabilità e diritti collettivi.
In questa fase l’estendersi di una vulgata razzista e fascista non è appannaggio dei soli partitini fascisti, quanto di grandi espressioni quantitative come la coalizione di centrodestra o, a tratti, quella del PD e M5S. Di fronte a questa continua ed incessante l’amplificazione che viene fatta di questi contenuti sui giornali e mezzi di informazione, in mezzo a questo rumore incessante, vengono prodotte una serie di affermazioni che tendono a ridicolizzare le mobilitazioni antifasciste.
Su tutte si continua ripetutamente ad affermare “non esiste un problema fascismo e non tornerà una dittatura”.

Eppure la risposta a questa semplicistica interpretazione la fornisce la stessa Casapound quando, per bocca del suo candidato premier e con sprezzo del ridicolo, afferma: “il fascismo è una dottrina politico sociale che non è esattamente una dittatura o uno Stato totalitario. Noi non siamo per lo Stato totalitario, non vogliamo sopprimere la democrazia. Ci piace che tutti possano liberamente votare ed esprimersi. Lo Stato che immaginiamo si realizza compiutamente all’interno della Costituzione e della democrazia. Il fascismo non lo rinneghiamo”.

Possiamo affermare che la visione, in questo caso, è assolutamente moderna e lungimirante; senza paura, i fascisti (che peraltro si dicono disponibili ad un Governo Salvini), intuiscono che, in questo momento storico, i loro contenuti sono stati utilizzati per costruire quella clava di cui sopra e sanno di essere i legittimi proprietari di quel materiale. Del resto è una lezione che Borghezio spiegava ai più intimi amici già diversi anni fa.

E’ evidente dunque che chi, tra le fila della sinistra istituzionale o di movimento (sic.), immagina o rimbrotta che avremo paura di un ritorno di un fascismo con i fez in testa e gli affacci dal balcone di P.zza Venezia, ha completamente sbagliato visione, per miopia o comodità. Purtroppo la parodia in stile Guzzanti dei nostri fascisti su Marte è assolutamente fuori tempo e, invece, si affaccia quella più concreta e brutale dei geni di una politica ordine e disciplina che è stata la vera cifra dell’avvento fascista, con una spiccata vocazione bellica e una solida alleanza con gli interessi finanziari ed industriali. A tal proposito, è evidente che una coalizione di centrodestra al governo di questo paese non farebbe che riproporre le stesse politiche di liberalizzazione e servitù del mercato del lavoro. Inoltre arriverebbe al governo con un astio ben seminato nei confronti delle iniziative sindacali, astio del resto condiviso dall’altra opzione di governo del M5S.

Quello che abbiamo di fronte è un quadro molto poco folkloristico ma molto concreto, in cui riemergono come vulgata elementi razziali e razzisti, una solida richiesta di stretta securitaria e un ordinamento sociale ed economico assolutamente lontano dai diritti collettivi, ma molto vantaggioso per gli interessi delle imprese, a partire da quelle medio/piccole care a Salvini.
I semi del fascismo, quelli che temiamo da sempre, sono esattamente quelli più foschi e mortiferi per la società, quelli che non sono stati chiusi con la fine della guerra e che hanno continuato a germogliare dentro gli apparati statali e dentro le forze dell’ordine. Quei semi con cui l’Italia, compresa quella di Togliatti, non ha mai fatto i conti e rischiano di germogliare in una nuova versione.

Non è più il tempo della “ripetizione della storia come farsa” ma come rischio concreto di un nuovo assetto politico, una democrazia formale con una guida oligarchica in cui tutti i nodi della seconda repubblica verranno al pettine.

Il limite della guerra tra poveri: l’assenza di conflitto e la sua necessità

Evidentemente la complessità della fase ci interroga non solo sulla necessità di solide battaglie che abbiano basi nei principi di antifascismo, antirazzismo e antisessismo, ma anche sui loro limiti. Per noi è chiaro che non è sufficiente un richiamo all’unità su questi principi  né, tanto meno, possiamo autoincensarci per essere riusciti a tornare in modo costante e compatto in piazza nelle ultime settimane.

Il problema di fondo rimane quella “guerra tra i poveri e ai poveri” e quanto sia stata agitata, anche tra le nostre fila, assumendo il limite oggettivo di non riuscire a tessere letture e alleanze con tutti quei soggetti spinti verso il basso dalla continua precarizzazione, dagli effetti devastanti del jobs act, dalla crisi economica e la divaricazione nell’accumulazione di ricchezza.
Bisogna essere chiari, il Partito democratico ha fallito oltre che per le sue politiche securitarie del suo ministro dell’interno, anche e soprattutto per le sue politiche economiche e sociali. Se i referenti intellettuali della transizione dei DS, fino alla costruzione del PD, intravedono i limiti strutturali dei modelli blairiani, dobbiamo essere in grado di aprire un dibattito netto e profondo all’interno della società. Ribadire una volta di più a quelle persone che costituiscono la base di quelle opzioni quanto dannose e nocive esse siano.
A partire da un dato di conflittualità urgente, dove il problema torna ad essere in maniera schietta il conflitto di classe. Un impoverimento generalizzato ha spinto verso il basso non solo quella parte di una classe media che si è schierata con un’opzione neofascista, ma anche milioni di giovani precari e precarie che con i loro coetanei, provenienti da altre parti del mondo, dovrebbero trovare un’alleanza dirompente.
Perchè quello che ci raccontano le piazze di queste ultime settimane è proprio la voglia e la determinazione di essere in piazza con la richiesta di capire come e cosa fare dopo.

Le piazze che invece hanno resistito a tutto questo sono le piazze della migliore gioventù, quella che decidono di non abbassare la testa, di non voltarsi dall’altra parte, piazze che “difendevano il futuro a muso duro, senza se e senza ma. Perché l’antifascismo ha senso ed è baluardo quando difende memoria e futuro, con la mente e con il cuore, con la Legge della Costituzione e con le lotte frontali di quei corpi che sono invincibili anticorpi ai nuovi fascismi. I partigiani non sono più in montagna, i partigiani sono nelle piazze”.

Queste parole, pronunciate da Fra Benito Fusco, all’indomani della manifestazione di Bologna, riportano una lucidità che in molte parti della società prende forma ma soprattutto coraggio.

Il coraggio innanzitutto dell’intelletto che, a questo punto, deve diventare discorso pubblico.

Qualcuno dei dirigenti della CGIL o Di Liberi e Uguali ci vuole spiegare perché dovremo dare ascolto loro mentre pontificano, se neanche una parola di autocritica dalle loro bocche è uscita per le scelte fatte negli ultimi 20 anni? Ed è arrivato anche il momento però di interrogare tutti i corpi intermedi delle varie organizzazioni istituzionali della sinistra, oltre che le stesse persone che di sinistra si dichiarano, sulle stesse domande.

Non possiamo più accettare di doverci giustificare come se la responsabilità della precarietà, della crisi, dell’impoverimento, della brutalità razzista fosse responsabilità nostra.

Avanziamo un’ipotesi: se la clava del fascismo è stata lasciata libera di calare sulla testa della società, è perché risulta meno pericolosa dei “centri sociali”, delle manifestazioni di Genova, Macerata, Piacenza, Pavia, Napoli, Bologna, Palermo, Torino, Pisa, Brescia, Milano, Perugia, dove migliaia di antifascisti hanno manifestato, con pratiche differenti e tutte legittime in queste settimane nel nostro paese, per difendere le nostre piazze dal fascismo. Ma ancor di più li ha spaventati il ritorno di una soggettività in grado di sviluppare un processo e di ricomporre quella classe in divenire, una “dangerous class”, dai colori della pelle differente che costituisce una forza imponente.

Questo è forse l’elemento da valorizzare e che maggiormente ci interroga perchè, come la radice storica della conventio ad excludendum  per l’opzione comunista, sarà quella maggiormente repressa, temuta e denigrata cercando di renderla innocua.

Questo è il tema, quello della capacità di riconoscere, oltre la retorica, la nostra forza. Improvvisamente nel discorso pompato sui media, il vulnus democratico non sono più i cuccioli del fascismo, tornati scodinzolanti tra le gambe delle istituzioni, quanto piuttosto “gli antifascisti”.
Istituzioni che troppo spesso hanno lasciato soli gli antifascisti. Istituzioni che hanno anzi picchiato, respinto, incarcerato chi è sceso in piazza per difendere la democrazia.

È insopportabile la retorica della non violenza soprattutto quando la violenza e il sopruso sono praticate ogni giorno dalle politiche di esclusione, di precarizzazione, di devastazione e di abbandono di interi territori.

È insopportabile l’antifascismo con data di scadenza che alcuni partiti hanno sostenuto in queste settimane.

È insopportabile l’incapacità di tanto mondo della stampa e dei media di non riuscire a chiamare le cose con il loro nome: Fascismo, razzismo, xenofobia.

Non è più il tempo di tentennamenti.

Perché l’aria delle nostre città è diventata irrespirabile. Ronde, aggressioni, attentati incendiari, provocazioni, comizi che inneggiano all’odio e le forze dell’ordine a difendere tutto questo.

Se, come scrive Alberto de Nicola su Dinamo, il punto è “politicizzare la vita”, dobbiamo iniziare un percorso aperto e schietto di politicizzazione della società intorno a noi. E, azzardiamo, che questa politicizzazione dovrebbe partire dalle scuole, vittime di un’anestesia totale in nome di una presunta neutralità. Un’equidistanza imposta che educa alla subordinazione.
Senza scomodare citazioni Gramsciane, è fin troppo evidente l’abbassamento culturale e la connessione con l’indicazione ad evitare la politica all’interno degli istituti medi-superiori; il costante lavoro fatto in un ventennio di riforme sta dando i suoi frutti. La vicenda della “maestra torinese” e dell’attacco subito dalle Cattive Maestre , dopo il loro comunicato in merito, segnala esattamente il punto.

E’ ora di invertire un’indicazione istituzionale dannosa, intellettualmente disonesta e strumentale all’orientamento reazionario.

L’antifascismo, i principi e l’utilizzo della forza

 Vale la pena ricordarlo, come diceva Pertini, “essere antifascisti significa impedire ai fascisti di manifestare, di organizzarsi, di diffondere le loro parole di odio, di aspirare a far parte delle istituzioni democratiche di questo paese”.

Perchè pone l’accento su quali pratiche i movimenti sociali sono in grado di mettere in atto, come utilizzarle e sul dibattito, più o meno serio, che attraversa la società italiana ogni qual volta una piazza viene repressa e/o decide di difendersi.
Anche qui l’odore stantio di quelle strutture partitiche e sindacali si fa sentire forte e il mantra “la violenza è la discriminante” viene ripetuto fino alla nausea perchè possa essere una coltre che copre tutto. E’ ora invece, apertamente, di produrre un dibattito pubblico sull’uso della forza.

E non è una questione di lana caprina.

Non abbiamo nei nostri sogni una società dal manganello o dalla pistola facile, né tanto meno della sopraffazione fisica del più forte nei confronti del più debole; negli spazi occupati, nelle realtà sociali, nei comitati territoriali o collettivi, la riflessione sui limiti di un’impostazione machista e muscolare, sia nelle relazioni interne che nelle dinamiche di piazza, è punto di confronto ricorrente e approfondito. Qualcosa che la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, quella che utilizza la famosa discriminante, bollerebbe velocemente come “pippe da intellettuali di sinistra”, è per noi pratica quotidiana. Quindi perché dovremmo farci dare lezioni sulla violenza e sulla sopraffazione?

Invece siamo disponibili a dibattere sull’uso della forza a fronte di dati, fatti e storicizzazione. Se negli ultimi 20 anni si sono registrate attentati, aggressioni, ferimenti e omicidi da parte dei fascisti e le istituzioni hanno guardato dall’altra parte, perché dovremo confidare in loro? Perché dovremo apprezzare l’uso dei manganelli e delle denunce, decisamente abusato nei nostri confronti, mentre lasciano spazio ad assassini e stragisti? Quale istituzioni democratiche si hanno in mente quando ci chiedete di lasciare nelle loro mani la gestione di queste figure?

La questione della nonviolenza, poi, fa sorridere; se chi si riempie la bocca di quelle parole mettesse in pratica anche solo la metà della disobbedienza civile praticata da Gandhi e Martin Luther king, per citare quelli non sono proprio vicini alle nostre impostazioni, questo paese si sveglierebbe con il triplo delle teste rotte e qualche dubbio in più.

Allora affermiamo come apertura di questo dibattito che l’utilizzo della forza non può essere delegata allo stato. Il vincolo sociale è rotto.

Noi abbiamo la necessità di costruire spazi pubblici attraversabili da tutti/e e, contemporaneamente, affermare l’unità politica di tutte le pratiche per la costruzione di un’insubordinazione sociale.

Se sono i “centri sociali” che vi spaventano saremo i centri sociali, se sono “i negri” saremo i “negri”, se sono “gli antagonisti e gli antifascisti” lo saremo.

Saremo ancora amazzoni che cavalcano.

L’idra dalle mille teste che riemerge.

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