Appunti di viaggio tra Genova e Macerata

foto_lucaPartiamo dalla fine: la rassegna stampa 

Se avessimo scommesso sul resoconto dei giornali dopo la mobilitazione maceratese del 10 Febbraio, avremmo un bel gruzzoletto.
La nostra ipotesi era questa: vista l’enorme passo falso prodotto con la pantomima tra segreterie generali di CGIL, ANPI e ARCI in combutta con il PD, avrebbero comunque trovato il modo per sminuire e parlare male della manifestazione se non oscurarla.
Quest’ultima opzione, purtroppo per loro, non è stata possibile visto che migliaia di persone hanno attraversato le strade della città marchigiana. Tanto più che in tutta Italia mobilitazioni piccole o grandi hanno sostenuto quella nazionale costruendo, obtorto collo, un’imponente giornata nazionale antifascista.

Ma la narrazione, soprattutto della Repubblica e del Corriere, viaggia sulla stessa lunghezza d’onda: un’invasione mal tollerata, con un coro sulle foibe che “la dice lunga” e la totale assenza di attenzione sulla sorte della “povera Pamela”.
Nello specifico i giornali si sforzano di ignorare che:

– la mobilitazione è stata voluta e tenacemente organizzata dalle realtà sociali di Macerata e marchigiane portando in strada quella parte della città che non vuole vivere succube della paura che, se non la suscita un fascista con una pistola che agisce con nonchalance, ci pensa a farlo il Viminale tramite mezzo stampa o Prefettura e Sindaco;

– il Giorno del ricordo delle foibe è uno dei più clamorosi utilizzi pubblici distorti della storia, voluto dai fascisti amici di Berlusconi, imposta acriticamente come contro-altare alla Giornata della memoria per le vittime dell’Olocausto. Una singolarità tutta italiana a cui compagni molto più pazienti di noi hanno dedicato dettagliate e accurate parole (1, 2). Dal canto nostro, siamo stufi di perdere tempo e di fronte a tanto grottesco abuso di immagini false e dati inventati, non possiamo far altro che appellarci all’ironia, citando Vicky interpretata di Caterina Guzzanti: “…E allora le foibe?!?!”;

– l’uso fatto della morte (le cui circostanze non sono ancora chiare) di Pamela Mastropietro è l’ennesimo esempio di strumentalizzazione del tema della violenza maschile sulle donne a fini propagandistici, volto a creare un clima di paura e di miopia politica, utile tanto per alimentare discorsi xenofobi e accaparrarsi consenso, come perfino la BBC scrive “Right-wing politicians have been using Pamela Mastropietro’s killing to promote their anti-migrant message as part of their campaign for next month’s election” (Gli esponenti politici della destra hanno utilizzato l’omicidio di Pamela Mastropietro per promuovere i loro messaggi anti- immgrazione come parte della campagna elettorale in vista delle prossime elezioni), quanto per continuare ipocritamente a distogliere l’attenzione sull’inadeguatezza delle politiche messe in campo per contrastarlo, provando a rendere invisibile chiunque la pensi diversamente. Tanto da ignorare il presidio organizzato dalla comunità nigeriana di Macerata. Tanto da ignorare i comunicati che hanno convocato la manifestazione. Tanto da ignorare un intero spezzone di Non Una di Meno che ha voluto raccontare all’interno della manifestazione proprio questo sciacallaggio.

I giornali a maggiore tiratura hanno quindi scelto una linea editoriale che, in questo come in altri casi, non è a favore di una sola forza politica ma sicuramente è contro i movimenti dal basso e sociali che ritengono troppo distanti dagli interessi che rappresentato e troppo ingestibili come opzione politica.

macerata_2La vastità della mobilitazione.

Ma la mobilitazione non è stata solo quella imponente di Macerata. La mobilitazione è durata, a nostro parere, tutta questa lunghissima settimana; iniziata proprio con quella manifestazione di Genova a cui la stessa Anpi e il PD non hanno voluto aderire. Una manifestazione indetta per denunciare un accoltellamento dei soliti di Casapound che, nel frattempo, sono stati invitati in trasmissioni televisive, intervistati dai giornali e tutelati dalle istituzioni.
Una settimana in cui migliaia di persone si sono interrogate, hanno preso parola e hanno scelto di partecipare alle varie manifestazioni. Probabilmente perchè la misura è colma e i limiti oggettivi dei discorsi razzisti e fascisti si sono concretizzati e spaventano molto di più dello stesso ministro dell’Interno, delle sue minacce e dei tatticismi elettorali.

Quale tessuto si è palesato?

Questa è una domanda che non ha una risposta nitida ai nostri occhi, ma sicuramente migliaia di persone in tutta Italia hanno voluto rispondere a due questioni differenti.
La prima, quella delle formazioni di estrema destra, dei contenuti neonazisti che dai covi delle squadracce stanno scivolando nelle strade, nelle piazze e nella vita collettiva alimentando le paure più becere e una percezione di insicurezza diffusa.
La seconda, quella dell’insufficienza palese e frustrante delle opzioni politiche in campo, che sia quella dei partiti classici o dei sindacati confederali. Un’insubordinazione aperta che pone quelle stesse organizzazioni davanti ad uno specchio, restituendo un’immagine svanita di quello che furono, ormai nascosta dietro un lussuoso doppiopetto regalato da qualche interesse finanziario.
E’ evidente che quella rappresentanza di sinistra è lontana anni luce dai territori, dalla ricchezza e dalla determinazione che spesso viene realizzata con gesti semplici. Ma anche dalle esigenze e dalla faticosissima quotidianità in cui si prova a fare un intervento politico. Basti pensare al lavoro paziente di tante piccole associazioni o ONG che hanno dovuto sbattere contro il muro di Minniti, della sua politica nel Mediterraneo e delle sue opzioni libiche. Le conseguenze sono state disastrose.

Se le scelte di politica economica che hanno tutelato le banche hanno anche precarizzato milioni di persone scaricando le colpe sule fasce più deboli, i migranti, perché stupirsi che si riparta proprio da quella alleanza e dalla loro rabbia? Le parti che soffrono maggiormente di un impoverimento generalizzato è naturale che si cerchino e si diano mutuo aiuto costruendo una relazione conflittuale.
Ripetere all’infinito il ritornello della violenza, con giornali e giornalisti in prima fila, non fa che aumentare la rabbia mentre si è costretti a vedere neoducetti sputare parole prese nei peggiori arsenali fascisti e nazisti o, ancora peggio, doversi difendere dalle loro aggressioni.

E domani?

Ma è evidente che le grandi mobilitazioni di questi giorni interrogano anche noi, realtà in movimento. Se da una parte è chiaro che il lavoro tenace che moltissime realtà sociali svolgono sul territorio rimane il cuore nevralgico della risposta che possiamo mettere in campo, dall’altra pensiamo che su alcune questioni fondamentali dovremo avere la capacità di organizzare un discorso comune, fatto di parole, di momenti e di attivazioni diverse, esattamente come è stato in questa settimana.
Riuscire a stringere quel tessuto sociale in pratiche condivise e organizzate che si riconoscano tra di loro. Continuare a costruire gli spazi per tenere il dibattito aperto a livello nazionale, in grado di erigere barricate contro l’avanzata di linguaggi e contenuti densi di rancore e paura verso i prossimi, gli ultimi, i diversi. Diffondere antidoti sociali ma anche proposte politiche e culturali su cui confrontarsi, ben al di là di istituzioni ormai residuali. E’ necessario organizzare la nostra forza, viva e conflittuale, per fermare la barbarie fascista.

Tags: , , , , , , ,

Comments are closed.