14FEB // Fascismo Mainstream? Lo sdoganamento in Tv dello squadrismo

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Mercoledì 14 febbraio ore 18 Nuovo Cinema Palazzo
Piazza dei Sanniti – Roma

Dopo una lunga estate, in cui a farla da padroni sono stati da un lato l’allarme invasione, la paura dell’immigrato a piede libero nelle nostre città, la retorica dell’aiutiamoli a casa loro, e dall’altro, specularmente, i soldi regalati alle milizie libiche per imprigionare i migranti in veri e propri lager o per respingerli in mare, ci siamo ritrovati a chiudere il 2017 con un terreno ormai fertile per chi si fa portavoce di certi messaggi, che ha infatti ottenuto nuova legittimazione e visibilità sui media mainstream.

Gli italiani, negli ultimi mesi, hanno scoperto dalla propria poltrona, o sulla propria bacheca Facebook, che per il paese si aggira una serie di nuovi improbabili opinionisti, cui giornali e televisioni danno ampio spazio. Si tratta di personaggi appartenenti in modo organico all’estrema destra italiana, quella che spaccia per mutuo soccorso un vero e proprio voto di scambio (su tutti, le buste della spesa di Casapound ad Ostia), quella che si compiace delle ronde anti-immigrati, quella che in TV indossa la cravatta e l’abito dei bravi ragazzi, mentre lontano dai riflettori invia le nuove leve militanti per “bangla tour”, a punire con spedizioni squadriste ogni elemento di diversità.

In una nazione imbottita di talk show e tribunette politiche, in un clima di perenne campagna elettorale, è forse giunto il momento di farsi alcune domande.
Tutto questo, infatti, accade perché certi personaggi sono gli utili idioti di un sistema mediatico e politico che ci vuole ignoranti e incattiviti contro i più deboli, pronti a allargare la faglia delle diversità anziché ricucire quella delle disparità economiche e della diseguaglianza sociale.

Come ieri si individuava il nemico nei meridionali che andavano a infettare le civilissime città del nord, oggi lo si indica nei profughi che scappano dalle guerre o nei migranti economici, che “rubano il lavoro”, che “vogliono farci diventare tutti islamici”, che “delinquono” e che in fondo “sono tutti terroristi”.
Insomma, in coloro che è più facile additare come i responsabili della precarietà lavorativa, della privatizzazione della salute e dell’istruzione, della violenza di genere e del degrado delle nostre città.

Sappiamo da tempo quanto abbia influito sulla crescita di questa miscellanea razzista l’assenza di una Sinistra degna di questo nome, e come anzi le nuove formazioni politiche di centro-centro-sinistra – PD in testa – siano state l’architrave fondante di un sistema che nel corso dei decenni ha tollerato, sminuito e legittimato la nuova galassia neofascista, salvo poi servirsene come spauracchio, come allarme sociale, come bomba ad orologeria da innescare all’occorrenza per rispolverare il volto pulito e antifascista proprio di chi, di questa legittimazione, è stato artefice.
Solo così è possibile spiegare l’indignazione a tempo determinato che ha riversato nelle strade di Ostia gli accoliti del Partito Democratico e i difensori della stampa perbenista, a seguito dell’aggressione ai danni del giornalista Daniele Piervincenzi, da parte di uno di quegli Spada che, con i fascisti, per anni avevano imperversato in lungo e in largo su tutto il litorale romano. E così si spiega anche la sfilata, ancora targata PD, a Como, dopo la triste e ridicola vicenda del blitz di alcuni bonehead veneti nella sede della rete di associazioni “Como senza frontiere”.
Così si spiegano, soprattutto, i silenzi conniventi su episodi di pestaggi, persecuzioni e nuovi pogrom ai danni di migranti, rom, studenti antifascisti, taciuti dai media secondo il triste schema dell’appetibilità della notizia, della vittima di serie A e quella di serie B, di quell’equidistanza del tutto è uguale a tutto, che è servita per anni a nascondere la polvere sotto il tappeto.

Eppure, negli ultimi mesi, abbiamo visto filmati, confronti televisivi, sfilate e comizi elettorali aventi per protagonisti fascistoidi, fascistelli e fascistoni navigati, in nome di quel contraddittorio televisivo, di quel principio del confronto libero e democratico che è divenuto un must della televisione italiana.
Dai confronti nella sede di Casapound a cui hanno partecipato Enrico Mentana e Corrado Formigli, agli inviti di esponenti neofascisti nei talk show in prima serata, chiamati a disquisire sull’universo-mondo, legittimati a farlo non dall’opinione pubblica ma da chi l’opinione pubblica la crea, la plasma. Una malattia virale a cui neanche esponenti giornalistici tanto cari a certa sinistra, da Lucia Annunziata a Michele Santoro, sembrano essere immuni. E col passare dei giorni il senso di questa manovra mediatica ha acquisito una fisionomia precisa.

Questo tipo di operazione deve essere a nostro parere analizzata guardando oltre il primo significato a cui sembrerebbe rimandare, ovvero quello di una pura e semplice legittimazione del neofascismo. Al sistema mediatico e politico attuale non interessa il neofascismo in quanto tale. Non è questa la congiuntura storica in cui il governo delle relazioni sociali in Italia passa attraverso lo strumento del fascismo: nonostante le diseguaglianze, siamo in un periodo di sostanziale pace sociale, nella quasi totale assenza di movimenti di lotta.
La legittimazione del neofascismo, quindi, serve alla delegittimazione di un certo tipo di antifascismo. La posta in gioco è l’impermeabilità della democrazia liberale, la chiusura dello spazio politico per chi non riconosce le fondamenta liberali/liberiste della rappresentanza politica, tanto nazionale quanto europea. Il neofascismo continua ad essere funzionale a questa visione, ma viene utilizzato in forma diversa dal passato: se nello scorso secolo era stato prima il braccio armato dello Stato contro le istanze delle classi popolari e poi la forza di Stato atta a reprimere le avanguardie politiche comuniste, nell’ultimo decennio è stato abilmente utilizzato nel delicato processo di legittimazione della democrazia liberale quale unico ambito politico ammesso.

In questo contesto, qual è, e quale deve essere, il ruolo del giornalismo? A che tipo di visione politica è funzionale questo stupore a intermittenza? Qual è il limite tra il parlare di un fenomeno politico xenofobo e violento e il legittimarlo al punto di amplificarne il messaggio? Quale il confine tra l’inchiesta e lo spot elettorale? Dove comincia e dove deve finire la cosiddetta legittimazione democratica? 

 A partire da queste e altre domande, e dalle considerazioni qui brevemente esposte, proveremo a ragionare il prossimo 14 febbraio, chiamando a dire la propria chi ha avuto il merito di essersi occupato di questi temi con la lucidità e la correttezza di chi fa veramente inchiesta, in un confronto pubblico, a cui invitiamo tutte le realtà e i singoli di questa città, e non solo, in un primo tentativo di costruire un ragionamento condiviso su questi temi, secondo noi oggi più che mai necessario.

Ne discutiamo con:

Leonardo Bianchi  (VICE Italia)

Annalisa Camilli (Giornalista Internazionale)

Guido Caldiron (Giornalista e studioso delle nuove destre)

Marco Santopadre (Giornalista Contropiano)

Valerio Renzi (Giornalista Fanpage)

Zerocalcare (Fumettista)

 

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